L’importanza di nascere in una famiglia contadina orienta in modo decisivo le scelte di vita personali, o con un amore viscerale per la terra, o per contro con una avversione definitiva verso di essa. Alla Cascina Imarisia, caschiamo nella prima casistica, poiché rappresentanti della quarta generazione, i fratelli Deregibus, Gabriele ed Emanuele, sono già totalmente immersi nel lavoro dei campi e delle vigne. Per uno di quegli strani scherzi dei confini amministrativi, la Cascina figura nel comune di Ozzano, anche se è fisicamente collocata alle porte di Cellamonte, tanto da essere un tutt’uno con il paese dell’Ecomuseo della Pietra da Cantone.
La fondazione della casata risale ad una data ben precisa, 1918, anno dell’atto notarile con cui il Carlo Deregibus maritato con la Adele Ravizza acquistavano questa cascina dopo anni di sacrifici e di tirate di cinghia per disporre del gruzzolo necessario a dare l’assalto a casa e terre fino ad allora di proprietà di facoltosi farmacisti che diedero il nome Imarisia alla proprietà. Carlo ed Adele erano contadini di razza e fino a quel momento mezzadri presso possidenti di Cella Monte. Il cambio generazionale ci mostra la cascina nel secondo dopoguerra in mano a Mario e alla consorte Marcella. Due intraprendenti che ampliarono la proprietà; appassionato di allevamento bovino di Razza Piemontese lui, ampliò l’allevamento in una stalla più funzionale; gran cuoca lei. Mario, che non disdegnava qualche svago, un anno si concesse una gita organizzata in Trentino. Erano gli anni ’70, e durante quel viaggio inciampò in uno dei primissimi agriturismi votati alla ristorazione, formula nuovissima in Italia. Colpo di fulmine. Capì immediatamente che questa modalità di offrire la cucina del territorio si sarebbe perfettamente adattata alla realtà di casa sua, con la moglie Marcella abilissima ai fornelli. Le cose procedevano, tra vendemmie appaganti, bottiglie d’annata, soddisfazioni in stalla e mastodontiche produzioni di agnolotti e bolliti. Procedevano anche trasmettendo anche la passione ai figli Mauro e Carlo, continuatori naturali di un lavoro importante in una azienda ormai di 60 ettari di cui una dozzina a vigneto, e con Mauro erede della genetica materna ai fornelli.
Oggi, entrando in cortile, incontriamo il futuro, Gabriele ed Emanuele, i figli di Mauro e Lorena. Gabriele non ha ancora trent’anni, ha già conseguito due lauree in Lettere e Scienze Storiche, ma ha scelto di lavorare in azienda e di occuparsi della stalla con una quarantina di capi di razza piemontese oltre a capre, cavalli, galline. Passione ereditata dal papà e coltivata fin dalla tenerissima età, che consente di connotare questa azienda agricola ancora come archetipo della tradizionale azienda agricola piemontese-monferrina. Gabriele ha però un sogno nel cassetto, quello di realizzare un museo contadino che sia una testimonianza materiale della cultura contadina del territorio. La raccolta e la ristrutturazione dei pezzi da museo è già in stato avanzato. “Trovo che sia arricchente per il territorio poter mostrare al visitatore turista gli oggetti che sono stati il quotidiano per le generazioni che ci hanno preceduto. Anche per trasmettere il livello di capacità, di ingegno e anche di fatica che hanno connotato la vita della gente del nostro territorio”. Emanuele invece ha poco più di vent’anni. Diplomato alla Scuola Agraria raccoglie il testimone della parte più produttiva di un’azienda che nell’uva e nel vino ha una componente importante, ma che necessita anche di produrre foraggi e cereali per alimentare gli animali. Le bottiglie annualmente prodotte sono attorno le dodici mila suddivise in una decina di etichette, totalmente consumate ai tavoli dell’agriturismo per accompagnare anche le carni dei capi allevati in azienda secondo canoni molto tradizionali. Tra le etichette spicca ancora un Barbesino, vino piuttosto raro da trovare ormai nelle cantine del casalese “ma noi la teniamo in vita in memoria del suo inventore, il Senatore Desana” dice Emanuele. Spicca poi un bianco ottenuto da Cortese e Vionnier, e ovviamente le due colonne dell’enologia monferrina, Barbera e Grignolino. Gabriele ed Emanuele aprono la loro progettualità in favore di una clientela nuova che si sta affacciando sul casalese “Ci piace pensare di essere accoglienti per una clientela curiosa di conoscere, offrendo cultura, storia e conoscenze che andrebbero a perdersi se non tutelate e ovviamente prodotti locali”. Come vedono la loro azienda fra dieci anni? “Non dimensionalmente più grande in termini di ettari, ma più tecnologica nei lavori agricoli e soprattutto nella gestione dei vigneti, con l’obiettivo di salvaguardare l’ambiente il più possibile”. Minacce? “La grande distribuzione che orienta il consumatore solo con il prezzo allettante. Purtroppo anche il consumatore ha perso cultura e passione del vino. Passando dall’acquisto della damigiana da imbottigliare all’acquisto della bottiglia a prezzo basso si è persa per strada un patrimonio di sapere”.
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