“Oh, cosa c’è di nuovo a Montaldo?” urlò il giovane al carrettiere compaesano di Cerrina, issato sul suo ‘cartone’ carico di botti di vino, incrociato per caso in una strada di Biella. “Hanno fatto la banda musicale”, rispose quello. “Allora torno per suonare”. Lo scambio di battute tra Gioachino Natale Iuli, classe 1909, nonno di Fabrizio, e quel trasportatore andò all’incirca così, e fu il crocevia della vita che segnò anche il destino delle generazioni successive. Natale ‘Natalin’ Iuli nel momento dell’incontro era emigrato a Biella con un buon impiego procuratogli da una sorella monaca. Tornare a Montaldo di Cerrina lo portò a suonare sax e clarinetto nella banda e riprendere ad essere contadino coltivatore della vite. Fabrizio ha vissuto intensamente con il nonno permeandosi della passione di fare vino e di una cultura contadina che ancora oggi lo guida in una ricerca continua del semplice e dell’autentico. Concetti successivamente arricchiti nel ristorante di famiglia; quell’Universo che fu uno dei luoghi più iconici del mangiare monferrino. Ai fornelli mamma Mariuccia spadellava indimenticabili fritti misti, mentre papà Renzo intratteneva gli avventori. “Era un posto dove si stava bene” ricorda ancora Fabrizio. Da qui passava un mondo di umanità varia. Potevi incontrare, cacciatori, contadini della valle, forestieri benestanti o giornalisti, del calibro di Luigi Veronelli. Pur essendo Montaldo isolato dalle grandi vie di comunicazione. Oggi Fabrizio con le sue cento mila bottiglie prodotte ed esportate all’estero per il settanta per cento è un vignaiolo affermato, ma da ragazzo non se lo immaginava così il futuro. Dopo la scuola orafa prese a girare il mondo, soprattutto l’America Latina, e mentre stava per comprare casa in Brasile venne raggiunto dalla notizia che sarebbe diventato papà. Come per Natalin fu la svolta per tornare a Montaldo. Riprese a lavorare le vecchie vigne di famiglia e nel 1999 uscì la sua prima Barbera a cui ancora oggi è più affezionato: ‘Barabba’. “E’ una vigna con una bassissima produzione, per cui il vino nelle annate migliori è molto strutturato. Dico nelle annate migliori perché non lo produco tutti gli anni”.
Da allora il numero di vigne e di vini è cresciuto, ma sempre con riferimento all’autenticità territoriale. “Mi sento affine ai concetti di Anna Schneider del Cnr, ossia al recupero delle vecchie varierà. Barbera, Grignolino, Baratuciat, queste sono le colonne della mia cantina. In realtà ho piantato anche una vigna di Pinot Nero, ma solo perché sono un fan di questo vino e una divagazione me la sono voluta concedere”. In cantina il mantra è la bevibilità “Prima della struttura voglio vini eleganti, piacevoli, ricchi di freschezza. Il vino più buono è quello che finisce per primo. Se la bottiglia non finisce vuol dire che c’è un problema”. Visitare la cantina di Fabrizio significa incontrare lui. “Ci voglio essere io per raccontare il posto in cui siamo, le varietà, le annate. Tengo molto alla dimensione umana nei rapporti, e in più ritengo che siamo un territorio poco noto, per questa ragione con una potenzialità enorme, per cui lo voglio raccontare bene”. Cosa fa grande un territorio? “Più che un unico e noto produttore di punta, una qualità umana diffusa tra tanti produttori. Penso a quanto hanno lasciato al loro territorio personaggi come Bartolo Mascarello o Beppe Rinaldi o Lino Maga. Autentici contadini”. Ne esistono ancora? “Non credo. Essere contadini vuol dire vivere di un ettaro di vigna e sfamare la famiglia. Vuol dire sfruttare tutte le risorse senza sprecare, il concetto che oggi si chiama economia circolare. Adesso è tutto mercato e denaro. Impossibile esserlo. Però bisognerebbe tornare ad essere più contadini e meno imprenditori”. Cosa ti hanno insegnato le tue 25 vendemmie? “Che l’unica cosa che conta è lasciare a chi viene dopo qualcosa di meglio di quello che hai trovato”. Le minacce per il vino del futuro ? “Cambiamento climatico e globalizzazione”. Dove hai imparato a fare vino? “Non ho ancora imparato”. Ci voglio credere, per poter dire che Fabrizio Iuli fa vino a naso, così come suo nonno Natalin suonava ad orecchio.
Visite e degustazioni: esclusivamente su prenotazione.
Estensione Aziendale: circa 40 ettari di cui 20 a vigna
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