ALESSANDRO MASNAGHETTI
enogea, il monferrato uno o tanti?

Cartografo, mappatore, divulgatore scientifico, giornalista ed editore

Una parola
magica

Monferrato è una parola magica. Basta pronunciarlo e tutti, anche l’appassionato di vino alle prime armi, già sa che stiamo parlando di un nome chiave dell’enologia e della viticoltura italiane, e ovviamente dell’intero Piemonte, dove per storia e notorietà rivaleggia con altri nomi di altissimo profilo come le Langhe e l’Alto Piemonte. Se decidiamo però di scendere un poco più nello specifico ecco che le cose subito si complicano, perché di Monferrato – a voler essere pignoli – ne esistono più di uno e addirittura nel tempo non si è stati sempre concordi sui confini da utilizzare. Proviamo allora a fare un po’ di chiarezza.

L’area conosciuta come Monferrato interessa le province di Alessandria e di Asti e si estende dal fiume Po, a nord, fino alle colline a ridosso degli Appennini, a sud. Storicamente esso viene diviso in Alto e Basso Monferrato secondo una linea immaginaria che unisce a grandi linee le città di Asti e di Alessandria.
Anche se può sembrare un controsenso, l’Alto Monferrato si colloca a sud di questa linea, ed è caratterizzato da colline in media più elevate, almeno nella parte più a ridosso degli Appennini (da qui il nome “Alto”), mentre il Basso Monferrato si colloca a nord della stessa linea.
In tempi più recenti si è però via via diffusa una diversa suddivisione, senza che la vecchia sia caduta in disuso. Questa suddivisione introduce, giusto nel mezzo, il Monferrato Astigiano che corrisponde alla parte del Monferrato che ricade in provincia di Asti. Il resto, che rientra invece in provincia di Alessandria, continua ad essere distinto tra Alto Monferrato e Basso Monferrato, il quale a sua volta è più conosciuto come Monferrato Casalese.
Tornando al Monferrato nel suo insieme, e limitandoci ai soli vini rossi, molte sono le denominazioni che ad esso fanno riferimento. Prime fra tutte sono la Barbera d’Asti DOCG e la Barbera del Monferrato DOC che coprono buona parte del Monferrato e che propongono in genere le tipologie di più pronta beva.
La Barbera d’Asti Superiore DOCG e la Barbera del Monferrato Superiore DOCG sono al contrario le denominazioni che offrono i vini più strutturati e ambiziosi, a cui si affiancano su un’area molto più ristretta i Nizza DOCG. Infine, sebbene le denominazioni Barbera del Monferrato coprano entrambe la stessa area della Barbera d’Asti (più altri comuni in provincia di Alessandria), la produzione di Barbera del Monferrato si concentra soprattutto nella zona del Monferrato Casalese (e ancor più quella della Barbera del Monferrato Superiore).
Storicamente non meno importante, ma esclusiva del Basso Monferrato, è invece il Grignolino del Monferrato Casalese DOC a cui si aggiungono poi le due piccole denominazioni di Gabiano e di Rubino di Cantavenna che si collocano nella parte nord-occidentale del Monferrato Casalese, subito a ridosso della valle del Po.
Nell’uso quotidiano questa area molto vasta – il Monferrato Casalese, appunto – viene suddiviso seguendo criteri molto pratici che si basano su riferimenti geografici e paesaggistici tanto semplici quanto efficaci.
Innanzitutto, analizzando la mappa riportata qui in basso, si può notare come il Monferrato Casalese sia attraversato da una serie di valli il cui nome è importante ricordare: Valcerrina, Valle Ghenza, Vallemaggiora e Valle Grana. Ai nostri fini la più importante di tutte è la Valcerrina, che nella sua parte terminale, insieme alla valle del Rio Colobrio, divide il Monferrato Casalese in due settori ben distinti: uno a est e uno a ovest; il primo più intensamente vitato e il secondo meno.
La fascia collinare centrale è in media la più elevata, in particolare nel settore occidentale, e i riferimenti principali sono dati dal colle del santuario dei Crea, dal Monte Favato e dal Bric San Lorenzo, che di tutti è il più elevato anche se normalmente è il colle del santuario ad essere citato come punto più alto della denominazione. Scorrendo gli altri riferimenti altimetrici, e tenuto conto che poche sono le vigne piantate nelle zone più elevate, si può inoltre capire come il dislivello altimetrico nell’area più intensamente vitata sia abbastanza contenuto e oscilli a grandi linee tra i 150 e 350 metri sul livello del mare, o poco più.
Più importante sembra quindi essere la conformazione delle colline, che risultano più ripide e tormentate nella fascia centrale della denominazione, e più dolci invece lungo i bordi della stessa e lungo il versante nord della Valcerrina. Zone queste ultime che risultano in media anche più calde e con cambi di esposizione molto più graduali.
Impossibile da rendere in modo chiaro su una mappa, ma allo stesso tempo molto importante come fattore caratterizzante del territorio, è infine la presenza del bosco, che nel corso degli ultimi decenni si è fatta via via sempre più significativa nella fascia collinare centrale e dunque nelle zone più difficili da coltivare. Bosco che interagendo con le quote altimetriche e con le diverse esposizioni contribuisce a creare un vero e proprio caleidoscopio di microclimi.
E qui, con la parola caleidoscopio, arriviamo al punto forse più importante, almeno se vogliamo guardare all’oggi per progettare il futuro.
Il Monferrato Casalese, infatti, non è soltanto un continuo mutare di suoli e di microclimi, ma è anche una fonte inesauribile di paesaggi, di tradizioni, di sfumature culturali e oserei dire anche espressione di una vera civiltà millenaria, di cui i famosi “infernot” sono soltanto la parte più conosciuta. Una fonte che per vari motivi, invece si sgorgare in superficie, si è con gli anni insabbiata e con essa la notorietà del Monferrato Casalese e del suo Grignolino, che fino a pochi decenni fa – come spesso mi ricorda un mio grande amico, ormai assai antico – veniva venduto a prezzi più alti del Barolo. E lui bene lo sa, visto che regolarmente, dalla periferia di Milano, prendeva la sua “seicento” e scendeva verso le Langhe e il Monferrato per fare scorta di nomi e di vini prestigiosi. Io stesso ricordo benissimo come all’inizio della mia carriera di degustatore/giornalista, e anche ben prima, i nomi evocati nei cataloghi di Luigi Veronelli fossero una sorta di Vangelo: Amilcare Guadio, produttore; il cru La Presidenta, a Olivola, vigneto di grignolino classificato “tre stelle” al pari di Brunate a Barolo; oppure l’allora iconico Grignolino cru Biggio dei fratelli Ceretto, che da Alba erano venuti fino a Portacomaro (poco fuori il Casalese, ma poco conta) per arricchire la loro selezione di vini da singolo vigneto.
Provate solo a immaginarne il significato e il peso di una simile scelta: due uomini di Langa che negli anni ’70 rendono omaggio al Monferrato e a uno dei suoi vitigni più emblematici.
Tutto questo per dire cosa. È molto semplice, e probabilmente anche già sentito: il Monferrato Casalese va ripensato.
E non parlo del vino, o soltanto di quello.

Il Monferrato Casalese va ripensato nella sua interezza perché un territorio non può esistere soltanto per il vino che produce, o almeno oggi non è più così. Il vino vale tanto quanto il sapere accogliere, offrire luoghi gradevoli per riposare, per mangiare, per approfondire le proprie conoscenze.
Serve un’accoglienza capillare e allo stesso tempo regolata che metta la bellezza al primo posto. Una bellezza da cui traspaia il rispetto delle persone per la terra che abitano.
Perché la bellezza di un paesaggio è una cosa che tutti capiscono e che non ha bisogno di essere spiegata. Resta nella memoria e periodicamente ti spinge a ritornare. Ed è solo ritornando che un territorio cresce e si consolida.
Certo, non è cosa di oggi né di domani, ma bisogna lavorare perché sia almeno dopodomani.